Informaticando, accadde

Il piccolo principe

Posted in Uncategorized by Inzirio Draghelli on 25 marzo 2010

Come accennavo nel post precedente, mi rifugio spesso nel libro del maestro Deshimaru e proprio ieri quando l’ho riaperto tra le prime storie che mi sono capitate di rileggere c’era “il piccolo principe”, che non è certo il principe di Antoine de Saint-Exupéry.
In ogni caso ultimamente mi e’ capitata una coincidenza che lontanamente si può ricollegare a questa storia, e notando che in rete non si trova ho deciso di pubblicarla perchè è una storia triste ma bella al tempo stesso.

Otto secoli or sono, il principe della provincia di Kyushu, Kato Saemon Shigenji, aveva due mogli. Le amava entrambe, ma le due donne non riuscivano ad andar d’accordo tra loro. L’esistenza del principe era avvelenata dai loro continui litigi, dalla loro gelosia, tanto da indurlo a pensieri omicidi. Un giorno, stanco di quella situazione ormai intollerabile, stanco della superficialità della propria esistenza e degli onori a lui tributati, decise di chiudere con le illusioni e di cercare le radici del proprio essere. Abbandonò il suo palazzo e tutto ciò che possedeva, per abbracciare la vita semplice del monaco.

La prima moglie seguì il suo esempio e si ritirò in un monastero. La seconda, nei mesi che seguirono l’improvvisa partenza del principe, mise al mondo un bambino bellissimo.

Passarono gli anni. Fin dalla più tenera età, il piccolo erede interrogava di continuo la madre su chi fosse e dove si trovasse suo padre. E la madre ogni volta gli rispondeva, senza riuscire a convincerlo, che suo padre era morto. Compiuto il decimo anno, il piccolo principe aveva un tale desiderio di ritrovare il padre che decise di partire alla sua ricerca. Di fronte a tanta determinazione, la madre, venuta finalmente a sapere che il principe si era ritirato in un monastero della montagna sacra di Koyasan, decise di accompagnare il figlio sino a quel luogo.

Quando vi furono giunti, la madre rimase ad attendere in una locanda, poichè era proibito alle donne l’accesso al monastero; il figlioletto proseguì il viaggio, inerpicandosi per la montagna.

Cadde la sera e il fanciullo, esausto per il cammino, si mise a giacere tra due grossi tronchi e sprofondò nel sonno.

Al mattino, lo destò una voce: “Che fai tu, qui?”.

Colui che gli parlava era un venerabile monaco, dai tratti fieri e dolci, il cranio rasato.

“Cerco mio padre”.

“Ah! E chi è tuo padre?”

“E’ il principe di Kyushu, e vive su questa montagna”.

Il monaco, sconvolto, comprese di avere di fronte il suo unico figlio: riconobbe in quelli del fanciullo i lineamenti della madre ed i propri, il cuore gli battè fin quasi a spezzarsi, provò l’impulso di serrare tra le braccia quel fanciullo che lo guardava con aria triste e ostinata.

E invece si trattenne, rimase immobile. A quell’epoca, le regole monastiche erano severissime: quando un laico decideva di prendere tazza e bastone e vesti monacali, doveva spezzare ogni legame con l’esistenza di prima.

Così il monaco disse brutalmente al fanciullo: “Sì, tuo padre viveva qui, ma è morto da poco”.

Gli occhi del piccolo si velarono di lacrime, e chinò il capo. Il monaco, straziato, non sapeva che fare, combattuto tra il desiderio  di stringere tra le braccia il figlio e la volontà di non infrangere la regola.

Ma il fanciullo rialzò il capo e disse: “Voglio andare a pregare sulla sua tomba. Accompagnami, ti prego”.

Il monaco lo condusse al cimitero, dinanzi a una tomba, una semplice lastra di pietra, sotto un grande masso.
“Eccola, è questa”.

Il fanciullo si prosternò e pregò a lungo. Il monaco trattenne le lacrime e dopo qualche istante gli disse: “Andiamo, è tempo che torni da tua madre”.

Lungo la via che portava al cimitero, s’era fatto narrare da quel figlio che non poteva più riconoscere come suo, l’esistenza che conduceva. “Su coraggio, ” disse al fanciullo “tuo padre è morto, dimenticalo, diventa un uomo degno del tuo rango di principe”.

Il fanciullo lo seguì fino all’atrio del tempio e tornò mesto, percorrendo la strada indicata.

Arrivato alla locanda, apprese che durante la notte sua madre era morta, stroncata da una febbre improvvisa. Folle di dolore, tornò con la scorta in città, per recarsi dalla zia adorata. Ma anche lei era morta, vittima della stessa epidemia.

Il piccolo vide l’universo crollargli intorno. Più che mai solo, nulla più lo attraeva: i cibi avevano sapore di cenere, i graziosi paesaggi del suo giardino non risvegliavano ormai nulla in lui, e le più dolci musiche risuonavano con un’eco funerea nel suo cuore.

Nella sua mente di fanciullo rimaneva una sola speranza: il monaco incontrato lassù, sulla montagna, nel monastero dove la vita fluiva calma, ritmata dalla meditazione e dai riti.

Fuggì dal palazzo per raggiungere quel luogo di pace. E così il monaco, un giorno, lo vide apparire nel cortile del tempio:

“Cosa cerchi ancora?”.

“Voglio diventare monaco. Tutti quelli che amavo sono morti, la vita non ha più senso per me, voglio restare al tuo fianco”.

E allora il monaco comprese che non si può spezzare il legame con il proprio destino, con il proprio karma che ci segue ovunque, in una forma o nel’altra.

E fu così che il figlio divenne discepolo del padre.

Dove il Karma è: gli effetti delle azioni passate, di questa e altre vite. Ogni uomo mediante pensieri e azioni, determina il proprio.

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4 Risposte

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  1. simovit said, on 25 marzo 2010 at 1:09 AM

    ed è proprio per il Karma che io penso che nella vita passata ero una qualche forma di primordiale grandissima figlia di TR**A,qualche emerita stronza che doveva soffrire per l’eternità -.-‘

  2. majigno said, on 25 marzo 2010 at 2:24 AM

    sec me nun e capit ancor nu cazz del tuo Karma… vabè…

  3. majigno said, on 26 marzo 2010 at 7:46 PM

    eheh boh😀


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